mercoledì 29 aprile 2015

Da ANPANA ONLUS - I Bovini maltrattati di Brossasco trovano giustizia

Finalmente i Bovini maltrattati dal pastore di Brossasco balzati alle cronache televisive su striscia la notizia e maltrattate dal 2008, sono state sequestrate e G.S. arrestato.Nel 2008 il primo sequestro di questi animali a firma dei Carabinieri, finito poi in una condanna del Pastore e con un decreto di confisca purtroppo mai eseguito, per 6 anni gli animali sono rimasti purtroppo sempre nelle medesime condizioni, fino a quando ci hanno segnalato l' accaduto, e così che ci siamo interessati della vicenda, " afferma il Presidente Provinciale dell’ ANPANA di Cuneo Rossano Maria “.Finalmente è giunta la parola fine " continua il Presidente Rossano Maria"  dopo 6 anni i Carabinieri tornano in quel posto stavolta accompagnati anche dalla Guardie Ecozoofile ANPANA, è così 25 Bovini e 6 cani sono stati sequestrati e alla nostra Associazione affidati.Molte Mucche  sono così deperite da non riuscire ad alzarsi, con trenta centimetri di escrementi e liquame, ovunque, affondando quasi fino alle ginocchia in alcuni punti,  Guardie Ecozoofile e Carabinieri  sono entrati nelle stalle e osservato ogni singolo animale, verificato con un veterinario lo stato di salute e confermato il maltrattamento in essere, hanno abbeverato gli animali che si azzuffavano per bere, e per mangiare.G.S. saputo del sequestro è andato in escandescenza colpendo alcuni militari, così aggravando la sua già debole posizione è stato arrestato e tradotto in caserma per gli adempimenti del caso.Oggi si chiude una partita e se ne apre un altra " prosegue il Presidente ANPANA" ora chiediamo l' aiuto a tutti, occorre trovare urgentemente una sistemazione per i Bovini, che devono trovare una nuova casa, cerchiamo qualche allevatore che sia disposto a prendere gli animali  fino a decisione della Procura della Repubblica, anche i 6 cani cercano un nuovo amico a 2 zampe che sia disposto a dare coccole e amore.Come associazione siamo stati attenzionati della vicenda nella prima decade di Marzo, ci siamo subito attivati e constatato che vi era una situazione molto grave, abbiamo impiegato diversi giorni per comprendere l’ ingarbugliata vicenda, una denuncia per maltrattamento, una condanna finita poi in prescrizione, e gli animali rimasti li in sospeso, li in quelle condizioni.
Il paradosso è che questo signore ha percepito in questi anni fondi pubblici dalla Comunità Economica Europea, dall' APA e dalla Regione Piemonte, per degli animali che erano detenuti nei propri escrementi  al buio con poco cibo e acqua per 8/9 mesi l’anno.L' ANPANA informa che vigilerà oggi e in futuro per evitare che la situazione possa ripetersi .
 
articolo tratto da http://www.anpana.it
 
Alessia Piccoli

lunedì 27 aprile 2015

25 Aprile : 70 anni dal Giorno della Liberazione


Cosa è rimasto…..
Quest’anno ricorrono gli anniversari di due importanti eventi che hanno fortemente condizionato la storia del 900. Si tratta di un centenario e di un settantennale che segnano rispettivamente e paradossalmente:
- l'inizio della tragedia che porto a conclusione la fine del processo risorgimentale e
- la fine della catastrofe che diede inizio ad un periodo di democrazia e prosperità.
 Sto evidentemente parlando della Grande Guerra e della Guerra di liberazione dal nazifascismo.
Difficile trovare elementi di contiguità tra questi due eventi in quanto essi non furono entrambi frutto di una presa di coscienza collettiva e spontanea.
Nel primo caso, infatti, la guerra fu imposta con la violenza di una minoranza (quella degli interventisti) che si fece maggioranza e che determinò la morte sui campi di battaglia di migliaia di giovani spesso ignari dei motivi che avevano addotto al conflitto a cui erano stati chiamati. I giovani appartenenti alle classi subalterne, al cosiddetto quarto stato: contadini ed operai, il cui arruolamento avvenne spesso all’insegna dell’inconsapevolezza e della disperazione; quella stessa disperazione schiva e taciturna descritta con sublime efficacia dal poeta vociano Piero Jahier che, fornendo un’immagine desolante dei richiamati non più giovani, li ricordava in disparte nella caserma in cui erano appena giunti, silenziosi, tranquilli come una squadra operaia che aspetta il suo turno di paga..:”
I contadini che partirono per la Guerra del ’15 non lo fecero da volontari, le loro partenze furono certamente sofferte non solo per il distacco dalla grande famiglia estesa e patriarcale di cui erano parte, ma soprattutto per l’abbandono forzato della loro terra, quella che quotidianamente vedevano dare dei frutti. Le partenze dei contadini si configurarono più che altro come un salto verso l’ignoto, un consegnarsi indifesi nelle mani di quell’autorità temuta, odiata ed osservata con sospetto, che poi avrebbe determinato i loro destini fatalmente tragici e spesso convergenti verso la morte o la mutilazione e l’inabilità.   
Forse appena un po’ diverse le contestuali partenze degli operai, dei salariati industriali, dei cittadini, quasi sempre dotati di una coscienza di classe e di un forte senso di appartenenza ideologico. Consapevoli dello sfruttamento che la logica del profitto aveva, fino a quel momento, perpetrato ai loro danni, e soprattutto consapevoli del fatto che, per ottenere la vittoria, il paese avrebbe richiesto loro il massimo dei sacrifici.
Il caso della seconda ricorrenza, presenta invece una situazione di assoluta discontinuità. Qui si ricorda un conflitto che ebbe proprio nella consapevolezza di chi la combatté il suo punto di forza. La Guerra partigiana, infatti, sebbene nata dalla necessità dei transfughi dell’Esercito regio di sottrarsi ai tedeschi, derivò la sua matrice ideologica dall’antifascismo clandestino, da quelle “poche migliaia di antifascisti sperimentati..”, così li chiama Santo Peli nella sua storia della Resistenza in Italia, reduci dalla galera, dal confino, dalla resistenza francese, dall’emarginazione sociale. Costoro, furono pronti a cogliere dopo l’8 settembre l’occasione offerta dal disastro della guerra fascista..
Se il conflitto del 15/18 costò al paese 700.000 morti ed un milione e mezzo di mutilati, inabili al lavoro ed alla vita, la Guerra di liberazione dal nazifascismo ebbe numeri altrettanto spaventosi, considerata la sua durata relativamente breve di soli 20 mesi. Essa, per certi aspetti, ebbe i caratteri di un vero e proprio olocausto, se vogliamo attribuire a questo termine il significato di sacrificio volontario, distinguendolo da quello impropriamente usato a proposito del genocidio degli ebrei, vittime tutt’al più di una shoah, uno sterminio:
- 5000 partigiani uccisi in tutto il Piemonte e quasi 29.000 in Italia,
- villaggi incendiati, case saccheggiate, famiglie spogliate del bestiame e di tutti gli averi
- oltre 14.000 civili periti nel corso di operazioni di rastrellamento e rappresaglia. Il tutto ed ecco perché è corretto parlare di “olocausto”, nella consapevolezza dei rischi che si correvano fornendo sussidio alla Resistenza.
Non solo, ma visto che abbiamo fatto del termine “Consapevolezza” l’elemento centrale di questa riflessione, che dire dei 600.000 deportati, su un totale di poco superiore, che si rifiutarono di collaborare con i nazisti entrando a far parte delle SS italiane
- dei 13.000 morti durante la deportazione dalle isole greche
- dei 6500 della Divisione Acqui caduti nell’eccidio di Cefalonia che, dopo aver rifiutato di arrendersi, perirono sotto i bombardamenti aerei e nelle fucilazioni di rappresaglia.
A fronte di questi numeri ed in considerazione di ciò che accadde nel dopoguerra oggi possiamo serenamente affermare che tutte queste vite non furono dissipate inutilmente. Questi caduti contribuirono certamente alla formazione di un paese in cui il pluralismo e la multiculturalità furono per anni punti di riferimento. E non solo, ma anche al lungo periodo di pace e di prosperità ed i significativi progressi civili che si conseguirono nei 30 anni successivi, a cominciare dalla stesura e dalla promulgazione della Carta costituzionale, la più moderna ed illuminata d’Europa e dall’istituzione della Suprema Corte, in grado di vigilare sul suo rispetto e la sua tutela.  
Negli anni che hanno seguito la fine del tragico periodo della Guerra di Liberazione, così impattante sulla memoria collettiva, poi, si sono susseguite vicende che ci hanno più volte portati a considerare che esse non sarebbero potute avvenire se non grazie al coraggio ed alla disponibilità a mettersi in gioco per una causa non soltanto loro, degli studenti, dei militari, dei lavoratori e degli intellettuali che fecero la Resistenza e che costruirono la nuova Italia.
Come non ricordare ciò che accadde alla fine degli anni ’60, ovvero quel lungo periodo di proteste studentesche ed operaie, storicamente conosciuto come il ’68; periodo su cui oggi, a quasi 50 anni di distanza, andrebbe fatta una riflessione critica tesa magari a metterne in discussione il metodo secondo il quale avvenne, ma non certamente il merito dei suoi contenuti. Quella del ’68 fu una generazione riflessiva, pur nella sua profonda ingenuità, una generazione di giovani capaci di porre dei problemi, di metterli in discussione ed anche di proporne le soluzioni. Questi ragazzi commisero sicuramente molti errori, ma furono capaci di mettere in gioco il loro avvenire e in certi casi la loro vita, per la costruzione di un futuro migliore: ” le vite hanno senso quando sono la somma di tanti piccoli errori..” diceva d’altronde Ennio Flajano…..
Malgrado ciò essi furono capaci di far emergere le problematiche legate ai temi della Scuola, del lavoro, della sanità, dell’ambiente…. Proprio grazie ai giovani studenti e lavoratori di questi anni, che ebbero a modello i propri padri, protagonisti della guerra di liberazione, si aprì una nuova stagione normativa che contribuì a far progredire il nostro paese sul piano della solidarietà e delle conquiste civili. E sono proprio da considerarsi frutti di questa stagione irripetibile… e sottolineo questo termine pensando agli spaventosi abissi che ci si stanno aprendo davanti,
- lo Statuto dei lavoratori, del maggio 1970, recentemente discusso ed emendato in alcune sue parti ed in particolare in quella dell’art. 18 sul licenziamento
- le leggi promulgate tra il 1973 ed il 1974, dette “Decreti delegati” che portarono all’istituzione, nel mondo scolastico, degli Organi Collegiali. Attraverso questi organi la scuola divenne (oggi lo è solo più in parte) un mondo aperto e più attento alle esigenze degli studenti e delle famiglie. Un luogo di democrazia reale, ove il diritto allo studio era garantito per tutti.
- La legge 180/1978 (la famosa legge Basaglia) che chiuse la tragica stagione delle megalopoli psichiatriche e delle camicie di forza, per istituire le comunità-alloggio ed i servizi pubblici di igiene mentale
- La legge 194/78 sull’aborto, la famosa legge Fortuna – Baslini del 1970 sul divorzio ed il referendum e la conseguente legge del 1987 che chiuse definitivamente gli impianti nucleari proprio a ridosso della tragedia di Chernobyl.
- Ed ancora delle leggi, risalenti ai primi anni ’80, che istituirono i Parchi naturali e le aree protette, vere oasi di tutela delle biodiversità.
Sappiamo tutti che a questa stagione di speranze seguirono altre stagioni molto più cupe. Stagioni che fecero del terrorismo politico e mafioso e della malapolitica i cavalli di Troia attraverso i quali si pervenne con difficoltà al momento storico che stiamo vivendo. Gli anni delle bombe sui treni, nelle piazze e nelle banche, degli omicidi e delle gambizzazioni delle BR e dell’inchiesta mani pulite, che spalancò le finestre su un mondo di corruzione, incompetenza ed irresponsabilità espresse da molti degli uomini chiamati a reggere la cosa pubblica a tutti i livelli.
Bene, passati 70 anni è giunto il momento di fare un bilancio. È giunto il momento di chiederci se la lotta di liberazione e tutte le tragedie che ne conseguirono sia stata effettivamente determinante per la costruzione di un mondo di pace e di democrazia diffusa e duratura. Duratura: la constatazione che viene da fare in prima battuta riguarda proprio quest’aggettivo: gli effetti salutari prodotti dalla liberazione del nazifascismo sono stati indiscutibili, ma i dubbi sul fatto che essi possano estendere i loro benefici ancora per lungo tempo permangono tutti.
Si veda cosa sta accadendo in molti di quei paesi d’Europa dove egualmente furono combattute guerre di liberazione: in Francia, ove avanza in modo preoccupante il Front National, in Ungheria ed in Grecia, ove le formazioni di ispirazione neonazista raggiungono, nelle consultazioni elettorali, percentuali a 2 cifre. Si rifletta e si traggano di qui auspici per non vanificare tutto ciò che è rimasto di quel 25 aprile 1945. Si consideri come la costruzione di un mondo globalizzato ed esasperatamente tecnologico, dominato dall’uso smodato dei media e dalle regole del profitto e dell’arricchimento facile, stia cancellando la memoria del passato e condizionando le tappe evolutive per le giovani generazioni.
 Anche, noi in Italia, per parte nostra, abbiamo vissuto pericolosamente gli ultimi 20 anni, con il rischio di veder dissolte tutte le conquiste che la generazione da cui discendiamo aveva raggiunto. Gli ultimi 20 anni sono stati a tratti anni di democrazia sospesa, anni di leggi fatte a beneficio di piccole elites o addirittura di singoli individui, di diritti sul lavoro violati o elusi, di relazioni sempre più strette tra politica e mafia, di corruzione diffusa e dilagante, di voti in cambio di favori, di spinte sempre più forti al separatismo ed alla xenofobia, di imprenditori pronti a delocalizzare l’azienda senza preoccuparsi della sorte dei dipendenti, di precarietà elevata a sistema, tanto da mettere in discussione non solo i più elementari principi sindacali, ma anche le più ovvie regole dell’economia Keynesiana.
In questi ultimi anni, insomma, abbiamo assistito ad una degenerazione dell’etica che ha portato troppo spesso ad interpretare la politica non come servizio al cittadino, ma come fonte di arricchimento personale. E ciò non solo a livello nazionale, ma anche e soprattutto negli organismi locali, che nel frattempo si sono moltiplicati con la conseguente moltiplicazione dei privilegi.
Ciò, ed i già ricordati effetti, per certi versi devastanti, della globalizzazione dei mercati e della cultura, hanno determinato uno stato di crisi della democrazia, di cui è nostro dovere preoccuparci e forse, preoccuparsi, significa proprio andare a ritrovare in ciò che è stato, i valori che abbiamo dimenticato, i valori di quel grande progetto portato a compimento che è stata la Resistenza. Quel progetto, sostiene lo storico Claudio Pavone: “….che può ancora svolgere una funzione civile, oggi che tutte quelle opposizioni si presentano con crudezza, come crude scissioni…”

Orazione ufficiale del 25 aprile 2015 di Gian Vittorio Avondo

Alessia Piccoli e Luca Grande

lunedì 20 aprile 2015

Da AAE - Cani, gatti, conigli e roditori: è possibile la convivenza?

 
Chi ama gli animali spesso non si accontenta: di amore ne ha abbastanza per tante specie diverse. Ma è sempre una buona idea? Consideriamo i vari casi.
Cane e coniglio
È possibile far convivere in armonia cani e conigli? Questa domanda non ha una risposta unica: dipende tantissimo dalla personalità di entrambi, ma soprattutto da quella del cane, che solo chi se ne prende cura può conoscere. La regola generale sconsiglia di tenere insieme un animale nato per la caccia e un timido erbivoro, tipica preda di qualunque carnivoro. I conigli sono animali che si stressano facilmente e un cane può rappresentare, oltre ad una reale minaccia fisica, anche un costante stress psicologico, come una minaccia perennemente incombente. A questo punto molto dipende dal cane e, più che dalla taglia, dall’indole e dal grado di obbedienza. Anche la razza non è uno standard assoluto: sebbene i cani di una certa razza possano essere più predisposti a determinati comportamenti, esistono sempre eccezioni. Ad esempio, cani da caccia, terrier e simili non sono proprio le razze più indicate per fare amicizia con un coniglio.Sicuramente dobbiamo escludere una convivenza con il coniglio in tutti i casi in cui il cane è disobbediente, irruento, troppo vivace, aggressivo, anche se di piccola taglia e a maggior ragione se di grande mole. Per quanto riguarda l’età, un cucciolo può essere educato a rispettare il coniglio e a considerarlo un membro del “branco” al pari delle persone di famiglia, mentre un cane adulto ha già una personalità formata e può avere le sue opinioni riguardo all’introduzione in casa di un tenero coniglietto.Un cane docile, ubbidiente e di buon carattere è un candidato migliore per la convivenza, ma occorre sempre molta prudenza nel lasciare che i due si avvicinino. Per lasciarli insieme senza supervisione, occorre aver acquisito con il tempo l’assoluta fiducia nel comportamento del cane. A volte è necessario un lungo tirocinio, avvicinando con gradualità e prudenza i due animali e verificando con attenzione le reazioni di entrambi. Esistono molti casi di felice convivenza, ma basta un attimo perché si verifichi una tragedia.In conclusione, se abbiamo già un cane, prima di adottare un coniglio dobbiamo considerare se il cane può imparare a convivere e a rispettarlo, o se è un animale inaffidabile e pericoloso. Se abbiamo già un coniglio in casa, dovremo scegliere un cane obbediente e di indole tranquilla, adottandone magari uno già adulto, del quale si può quindi già valutare il carattere.
Coniglio e gatto
Questo tipo di “coppia” raramente presenta un problema, a meno che non si tratti di un coniglietto molto giovane che può essere considerato per una facile preda. I conigli non hanno in genere difficoltà a imporsi al gatto e farsi trattare con il dovuto rispetto, mettendoli in riga con la tipica fierezza del coniglio che sa di essere il padrone assoluto della situazione. Spesso, poi, i due riescono a stabilire un buon rapporto di amicizia “interspecifica” e a farsi compagnia reciproca. Un grosso gatto, giovane e molto vivace, che ama giocare ad assaltare le prede, non è adatto a convivere con un coniglio pauroso e di piccola taglia.
Cani, gatti e roditori
I roditori in generale non sono affatto inclini a condividere il loro spazio e le attenzioni con grossi predatori ( è questo il modo in cui vedono cani e gatti). Anche se divisi dalla grata di una gabbia, la presenza di un carnivoro può innervosire alquanto un roditore. È bene quindi tenerli distante e ben al sicuro. Non è escluso di riuscire a convincere un cane a ignorare la gabbia dei roditori, ma nel caso del gatto l’istinto è in genere difficile da superare.
 
articolo tratto da http://aaeweb.net ; immagini di Alessia Piccoli
 
Alessia Piccoli
 
 

venerdì 10 aprile 2015

La leggenda del Buco del Diavolo

I prati della fertile pianura che si staglia tra Campiglione, Bibiana e Cavour, sono irrigati con l’acqua che deriva dal Pellice attraverso un canale che scorre sotto il Poggio Caburna, tra Luserna e Bibiana  per un foro lungo 30 metri: il buco del diavolo.Il foro per lo scorrere delle acque di tale canale fu realizzato dai monaci benedettini dell’Abbazia Santa Maria di Bibiana, i quali, per le preghiere del vescovo di Torino, Guidone, ottennero dalla Contessa Adelaide e dai Signori di Fenile, nel 1041, il diritto di costruire un acquedotto. La leggenda vorrebbe che, quando i Benedettini pensarono al modo di traforare la Caburna e ne intravidero le difficoltà, incaricarono uno di loro affinché si crogiolasse sul possibile progetto. Al benedettino incaricato si presentò, quindi, il diavolo, che gli offrì il proprio aiuto in cambio della prima anima che avesse ottenuto i benefici del canale.Il monaco fu, così, coadiuvato dal diavolo nella realizzazione dell’opera e nel traforare il poggio di Caburna e al compimento della stessa, il benedettino indusse un cane ad abbeverarsi al canale appena inaugurato, cosicché il diavolo fu gabbato e costretto a prendersi l’anima della bestiola. Ciò, mentre le fertili terre venivano foraggiate dall’acqua del Pellice, che ancora oggi, a distanza quasi mille anni, bagna i campi nella pianura tra Bibiana e Cavour.

Testo tratto da GAROLA D. L., Documenti Istorici di Luserna e dei luoghi di sua valle compilati da Domenico Lorenzo Garola, 1832, pp. 50-51.

Alessia Piccoli e Luca Grande
 



martedì 7 aprile 2015

Da AAE - Animali esotici: la strage silenziosa

Quando si pensa agli animali da compagnia da ospitare in casa, quelli che vengono in mente in genere sono il cane e il gatto. In realtà, nelle case degli Italiani sono ospitati una varietà di animali: furetti, conigli, piccoli roditori, uccelli, rettili, anfibi e pesci. Sono proprio questi animali da affezione “non convenzionali”, spesso definiti per comodità esotici, di cui si occupa la AAE. Sebbene uno degli scopi principali della AAE sia fornire notizie corrette sulla gestione di questi animali, essendo la loro diffusione un dato di fatto, allo stesso tempo è fortemente contraria alla detenzione nelle case di tante specie non convenzionali o esotiche, alla loro commercializzazione e riproduzione.
Verso questi animali si compiono, infatti, palesi atti di crudeltà che vengono generalmente considerati “normali”, e che mai verrebbero tollerati verso cani e gatti. Queste due specie godono di uno status privilegiato, che li pone un gradino (o parecchi gradini) più in alto di ogni altra specie animale. Nessuna persona dotata di sensibilità media tollererebbe nei confronti di queste creature maltrattamenti quali lasciarli vivere perennemente rinchiusi in minuscole gabbie, nutrirli con alimenti così inadeguati da causarne malattie e morte, costringerli a lunghi viaggi in condizioni disumane per commercializzarli. Eppure questo genere di soprusi sono totalmente ignorati, o considerati normali, quando si tratta di specie meno convenzionali, che non si immagina possano avere altrettanta sensibilità e capacità di soffrire di cani e gatti. Facciamo alcuni esempi.Conigli e furetti, a differenza di tanti animali esotici, sono effettivamente animali domestici, allevati da secoli o millenni, quindi si adattano bene alla convivenza con l’uomo e rappresentano meravigliosi animali da affezione e compagnia. Tuttavia sono soggetti ad uno sfruttamento commerciale inumano. I conigli nani riproduttori non subiscono trattamento migliore dei loro sfortunati fratelli da carne, detenuti in minuscole gabbie ed eliminati quando il loro tasso di fecondità diminuisce. I furetti provengono da allevamenti intensivi e soggetti ad una sterilizzazione precoce che li predisporre a contrarre da adulti un tumore delle surrenali. La principale (per non dire unica) ditta statunitense che produce furetti da compagnia è la stessa che rifornisce di questi animali i laboratori di ricerca. Entrambe queste specie vengono vendute senza informazioni adeguate su gestione, alimentazione, vaccinazioni e cure, come accade in generale per tutte le altre specie di esotici.I piccoli roditori (come ad esempio i criceti) “da compagnia” passano la vita in gabbia. La cosa può apparire ovvia: nessuno potrebbe lasciarli girare liberi per casa, perché finirebbero inevitabilmente per scappare o perire in seguito a incidenti o l’attacco di predatori. Ma a che vita sono condannati questi animaletti che, abituati in natura a percorrere ogni notte molti chilometri in cerca di cibo, si ritrovano confinati in gabbie minuscole in cui passano il tempo a cercare istericamente una via di fuga? Possiamo dire che nel loro caso è rispettata, alla lettera e nello spirito, la norma che vieta di tenere animali in condizioni incompatibili con la loro natura?Persino più triste è la condizione dei rettili (sauri, serpenti e tartarughe) tenuti nei terrari. Anche in questo caso, confiniamo animali (che sono e rimangono a tutti gli effetti selvatici) in spazi ridottissimi per la sola soddisfazione di possederli ed esibirli. Se i rettili riprodotti in cattività in certi casi si adattano bene alla prigionia (non conoscendo altro ambiente che una teca di vetro), non si può che ritenere inaccettabile questa situazione per quelli di cattura. La cattura degli animali selvatici è quanto di più crudele si possa attuare verso degli esseri viventi, che vengono privati della libertà (che dovrebbe essere un diritto inalienabile di ogni essere nato libero), vengono spediti in territori lontani in condizioni di estrema sofferenza (stipati, senza acqua o cibo, in condizioni di temperatura completamente inadeguate). Allo stress e alla debilitazione del viaggio si aggiungono quelli della detenzione presso i grossisti prima e i negozianti dopo, spesso in condizioni altrettanto inadeguate. Non deve quindi stupire se la percentuale di mortalità dei rettili di cattura importati sia elevatissima. L’acquirente finale, spesso disinformato, continua a detenere le povere creature in condizioni inadeguate, con una dieta sbagliata, condannandole a un lento declino. È un dato di fatto che la stragrande maggioranza delle malattie che i veterinari riscontrano nei rettili in cattività dipendono da errori di gestione o da maladattamento alla cattività. Chi ritiene i rettili animali scarsamente sensibili, poco più che delle piante in vaso, sottostima grossolanamente le loro capacità di risentire della prigionia in un ambiente inadeguato. La definizione “stress cronico” è quella che meglio indica le loro condizioni psicofisiche.Non subiscono sorte migliore gli uccelli imprigionati nelle gabbie. L’intelligenza e la sensibilità di questi animali è enormemente sottovalutata: basti pensare che un pappagallo cenerino ha l’intelligenza cognitiva ed emotiva di un bambino di due-tre anni. Le esigenze psicologiche di affetto, relazioni sociali, compagnia e interazione con il “gruppo” di questi animali dalla vita sociale così evoluta raramente vengono soddisfatte quando si confina un pappagallo solitario in una gabbia. Ne è la riprova la frequenza con cui i pappagalli manifestano patologie comportamentali, fino all’automutilazione.Si tratti dunque di rettili, uccelli, roditori, conigli, furetti (ma non dimentichiamo anche pesci e anfibi), non riteniamoli animali meno sensibili, meno capaci di soffrire, meno degni della nostra compassione di quanto non siano cani e gatti. Non riteniamo normale il maltrattamento costante a cui sono costretti quando sono rinchiusi in spazi angusti, sporchi, sovraffollati, o se sono alimentati in modo scorretto e nocivo.Un ulteriore problema è quello dell’abbandono, quando questi animali diventano troppo ingombranti, troppo impegnativi, quando la novità è sfumata, quando il bambino cambia interessi, quando il terrario è diventato troppo piccolo o quando le spese veterinarie sono troppo alte, o per mille altre ragioni che portano a liberarsi senza scrupoli del povero animale, destinandolo spesso alla morte o alterando l’ecosistema.Pertanto, non incrementiamo lo sfruttamento di questi animali acquistandoli e non facciamoli riprodurre per non aumentare il numero di quelli abbandonati, quando tanti cercano una casa che li accolga.Non voltiamoci dall’altra parte se vediamo nei negozi conigli o iguane tenuti male o ammalati e lasciati a deperire senza cure, come non lo faremmo se vedessimo dei cuccioli malati e trascurati o rinchiusi in una gabbietta sporca. Dobbiamo avere il coraggio di denunciare situazioni evidenti di maltrattamento anche per animali che non abbaiano o non miagolano, ma che soffrono comunque.Non perpetuiamo questa strage silenziosa comprando animaletti graziosi, o esotici, o affascinanti, ma che non sono adatti a vivere rinchiusi nelle nostre case, e che ci arrivano a scapito di tanta sofferenza.È necessario un cambiamento profondo e sentito della mentalità comune, perché la nostra sensibilità arrivi a considerare senza discriminazione ogni creatura senziente come degna di rispetto e compassione. Non accettiamo per nessuna specie animale maltrattamenti che, giustamente, non tollereremmo per un cane o un gatto, e non contribuiamo a perpetuare il problema.
 
articolo tratto da http://aaeweb.net ; immagini tratte da http://wikipedia.org
 
Alessia Piccoli
 




   

sabato 4 aprile 2015

Fiori rossi al Martinetto



Era il 29 marzo del 1944. I membri del Comitato Militare del C.L.N. regionale piemontese si erano ritrovati clandestinamente all’interno del duomo di Torino per la loro periodica riunione.
Essi, formando un gruppo di espressione pluri-partitica (i rappresentanti erano infatti espressione di tutti i partiti politici anti-fascisti, dalla DC ai liberali al Partito d’Azione), rivestivano l’importantissimo e imprescindibile ruolo di organizzatori e coordinatori della lotta per la liberazione dell’Italia dall’occupazione nazi-fascista.
Quel giorno, però, a differenza di tutte le loro precedenti riunioni, i membri del C.L.N. dovettero subire una visita inattesa, dovuta quasi certamente a una delazione: quella della polizia fascista repubblichina. Fu un colpo grosso per i fascisti, tanto che Mussolini in persona si adoperò affinché il processo venisse celebrato subito, per poter così compiere a breve termine una fucilazione che fosse d’esempio a tutte le forze ribelli.
Il 2 aprile si aprì il processo d’innanzi al tribunale speciale per la difesa dello stato e gli arrestati furono tutti accusati di “attentati contro l’integrità, l’indipendenza e l’unità della Repubblica Sociale Italiana”. Il giorno successivo venne emessa la sentenza: condanna a morte per il generale Perotti Giuseppe, il capitano Franco Balbis, il docente universitario Paolo Braccini, l’operaio Eusebio Giambone, l’operaio mosaicista Quinto Bevilacqua, il ragioniere Massimo Montano, il bibliotecario Giulio Biglieri e l’impiegato Errico Giachino.
Verranno fucilati la mattina del 5 aprile al poligono di tiro del Martinetto a Torino.
Due furono gli assolti per insufficienza di prove, uno di loro è l’avvocato Valdo Fusi, che, a guerra finita, consegnerà alla memoria storica questi patrioti con il suo libro “Fiori rossi al Martinetto”, che ripercorre quei giorni con gli occhi del protagonista, con le orecchie di chi ha sentito urlare dai condannati “Viva l’Italia!” all’emissione della sentenza e pochi istanti prima di esser fucilati.
Ma il contributo di quegli uomini agli ideali della liberazione rimase anche dopo il tragico evento, anzi, rinvigorì e rinsaldò la resistenza, come sottolineò Alessandro Galante Garrone  “Non è retorica, ma debito storico riconoscere che l’opera loro non si concluse in quel freddo mattino del 5 aprile al poligono del Martinetto. Certo, fu un colpo durissimo, che sconvolse per qualche tempo la direzione della guerra partigiana in Piemonte. Ma la reazione degli animi fu immediata!”.
Fiori rossi dunque, a ricordo di questi patrioti.

Luca Grande

mercoledì 1 aprile 2015

La leggenda del Pozzo della Morte di Famolasco

Stefano Cerri, nel suo pregevole volume sulle vicende del Castello di Famolasco (Bibiana), ci racconta che nei ricordi degli anziani del paese si narra di un pozzo esterno al castello, collocato forse a destra dell'attuale cancello d’ingresso. “Il sig. Buffa Chiaffredo (1898-1966) aveva pochi mesi di vita quando, proprio nel 1898, il padre Biagio acquistò la proprietà in questione. Era quindi la persona più informata sull'evoluzione successiva delle strutture dell'edificio avendo trascorso lì tutta la propria vita: egli stesso soleva dire, mettendo un tavolo della merenda nel punto detto poc'anzi adiacente al gros-so ippocastano, piantato in occasione dell'acquisto della proprietà e della sua nascita: "Si mangiòma s'la testa di mort" per confermare che proprio lì era stato chiuso o interrato, forse da lui stesso, un pozzo che nei secoli precedenti veniva utilizzato per giustiziare rei confessi o, semplicemente, per elimina-re fisicamente nemici catturati. Doveva avere ad un dipresso le dimensioni esterne di un pozzo normale, forse lo era pure stato, e si era poi asciugato, passando ad un diverso utilizzo: portava infissi nei fianchi della sua profonda gola punte da taglio e da sfalcio che straziavano il malcapitato che vi veniva precipitato. Finora, nonostante le attente ricerche e sondaggi fatti non è dato confermare l'esistenza. Certo è che se la gente ne parla qualcosa ci sarà pur stato.”.

Testo tratto da CERRI S., Famolasco - La storia-la gente, Alzani, Pinerolo, 2002

Alessia Piccoli e Luca Grande