martedì 30 giugno 2015

Da ANPANA ONLUS - ANPANA Brescia trova un tasso e un labrador nei lacci dei bracconieri

Dopo aver scoperto i cappi le Guardie Ecozoofile dell'Anpana Brescia hanno eseguito degli appostamenti individuando il responsabile di questo reato.Sono ampiamente usati in tutta la provincia per eliminare la così detta concorrenza rappresentata dalle volpi, oppure per catturare cinghiali e altri ungulati.Stavolta però, nei vietatissimi lacci realizzati con un filo di acciaio sottile, c'è finito, metaforicamente, anche il bracconiere. La trappola piazzata sfruttando la recinzione di una cava abbandonata a Mezzane di Calvisano, aveva catturato un tasso e un cane di razza Labrador, l'episodio di bracconaggio è stato scoperto nella località Ca Noe, e a finire nei guai è stato un uomo di Carpenedolo sorpreso mentre andava verso uno dei nove cappi che le Guardie Ecozoofile avevano individuato.La scoperta, secondo quando spiegano Daniele Tonelli e Osvaldo Casella dell' ANPANA è avvenuta una quindicina di giorni fa, e in quella occasione erano stati liberati il tasso e il cane. Poi sono iniziati gli appostamenti, di giorno e notte, con la neve e la pioggia.Quando il bracconiere si è presentato è stato denunciato per l'uso di mezzi di caccia non consentiti e per il reato di maltrattamento degli animali.Questo tipo di trappola quando va bene, strangola rapidamente volpi e faine, ma spesso i cappi possono anche causare lesioni strazianti prima di causare la morte.
Rilasciare il tasso, per gli uomini dell'Anpana, non è stato ovviamente semplice, ed è stato necessario il ricorso ad attrezzi speciali, molto più facile liberare il labrador per poi riportarlo ai proprietari.

articolo tratto da http://www.anpana.it 

Alessia Piccoli

 

venerdì 26 giugno 2015

Luserna San Giovanni

Cenni storici

La storia ultra millenaria di Luserna San Giovanni ha percorso fasi celtiche, romane e le invasioni da parte dei saraceni; fino a giungere al periodo delle signorie, che vide Luserna, nel 1276, dotarsi del primo “Statuto Comunale”. Un evento, questo, che si colloca tra i primi, in ordine di tempo, dell’intero Piemonte, e che avvenne sotto la volta della Chiesa di San Giacomo.Il casato di Luserna - le cui origini si fanno risalire ai primi del XI secolo - ha dominato con rapporti di vassallaggio nel corso di diversi secoli e su un territorio alquanto ampio, arrivando a comprendere, secondo la epoche, Bibiana, Bagnolo, Campiglione, Mombrone (ora Montebruno di Garzigliana), Macello e numerosi altri centri.Indiscussa capitale economica nel Medievo, vide svolgersi sul suo territorio mercati e fiere di rilevanza internazionale, grazie a trattati economici con il Delfinato e con altre regioni.
Nella valle, dal XV secolo all’inizio del XIX, si scontrarono, per motivi politici e religiosi, le diverse componenti che vi si erano insediate, sovente ingaggiate dai Signori di Luserna, dominatori assoluti e con scopi non sempre nobili. Le guerre di potere videro scontrarsi truppe francesi e spagnole con soldati di provenienza svizzera, tedesca, milanese, napoletana a fianco delle milizie locali. Ciò causò la distruzione di numerosi monumenti romanico-medievali (comprese le quattro porte di accesso alle fortificazioni), creando un’irreparabile perdita di carattere storico e culturale, lasciando come testimonianza del tempo solo qualche elemento del vecchio centro storico.Fu questo il clima che portò il Comune alla divisione, nel 1657, tra la parte valdese (San Giovanni) e quella cattolica (Luserna), con la costituzione dei due rispettivi comuni di San Giovanni Pellice e Luserna.
Luserna fu inoltre la sede del Tribunale Mandamentale, con sede nel vecchio palazzo di Via Pietro Guglielmo, e nello stesso periodo (1630-1697) fu capoluogo di provincia, sostituendosi a Pinerolo (allora occupata dai Francesi).Fu solo a metà del XIX secolo che l’intolleranza religiosa si stemperò e l’Editto di Re Carlo Alberto del 17 febbraio 1848, recante il riconoscimento dei diritti politici e civili al popolo valdese, permise il ricongiungimento dei due Comuni separati. L’atto di riunificazione fissò la propria decorrenza a partire dal 1° gennaio 1872, definendo “Luserna San Giovanni” quale nuova denominazione del Comune. Quale capoluogo e sede del palazzo municipale fu designato il nucleo territoriale di Airali (fino ad allora occupato da campi), dove, in breve periodo, si assistette allo sviluppo dei settori industriale e residenziale.L’industrializzazione del comune si sviluppò per oltre un secolo con importanti insediamenti produttivi riguardanti soprattutto i settori tessile-cotoniero, dolciario e meccanico, oltre alla grande rilevanza rivestita dall’estrazione e dalla lavorazione della pietra. Nell’ultimo dopoguerra il settore tessile-cotoniero entrò in crisi irreversibile, e, nel 1965, ci fu il crollo dell’”impero Mazzonis”, con pesanti ripercussioni occupazionali, economiche e sociali che si estesero nell’intera vallata.Le scelte politico-amministrative del Comune di Luserna San Giovanni resero possibile, dagli anni ‘60, un recupero nel settore industriale, che oggi porta ad avere sul territorio importanti aziende:
  • la CAFFAREL, leader nel settore dolciario, la cui proprietà è stata recentemente acquisita dalla Lindt;
  • la CORCOS,  azienda impegnata nel “Corteco”, di proprietà tedesca;
  • la MICROTECNICA, operante in settori strategici.
È tuttora di interesse rilevante l’area coperta dall’estrazione e lavorazione della pietra, sebbene si sia fortemente ridimensionata. È poi in forte espansione l’attività della “PONTEVECCHIO s.r.l.”, con ben cinque marchi nel settore delle acque minerali: “Sparea”, “Fonte delle Alpi”, “Valmora”, “Alpi Cozie” e “Monviso”.Accanto alle aziende sopra citate, sorgono sul territorio decine di piccole e medie aziende operanti sia nel campo della produzione sia in quello dei servizi. Un solo dato è sufficiente a indicare l’importanza di Luserna San Giovanni nel settore industriale: circa l’80% dell’occupazione industriale della valle è concentrata sul suo territorio.

articolo tratto da http://www.comune.luserna.to.it

Alessia Piccoli

martedì 23 giugno 2015

Da Canile di Bibiana



Con grande entusiasmo,il Canile di Bibiana Vi invita al Gran Bazar d'estate,situatosi presso la Foresteria Valdese di Torre Pellice,nei giorni Sabato 27 e Domenica 28 giugno dalle ore 9:30 alle ore 18:30.

Questa è una grande opportunità per acquistare prodotti al fine di aiutare i nostri Amici a quattro zampe!

Accorrete numerosi!

articolo tratto da http://www.canilebibiana.it ; immagine di Alessia Piccoli

Alessia Piccoli

sabato 20 giugno 2015

La storia della Valpe

GLI INIZI
Il Valpellice - prima società hockeystica in Piemonte - nasce nel 1934. Non ci sono testimonianze ufficiali sui primissimi anni di attività, ma la leggenda vuole che stecche e dischi compaiano quell'anno, sul laghetto naturale di Blancio (ai confini tra Luserna S. Giovanni e Torre Pellice), dove si pattina da inizio secolo.I pionieri sono Giorgio e Giuseppe Cotta Morandini, studenti, capaci di coinvolgere i coetanei in un'avventura quasi del tutto inedita, almeno da queste parti (a Milano disponibile una pista artificiale sin dal 1923). La prima partita è datata 26 dicembre 1937: un 6-8 contro il Guf Torino.Di campionati, anche a causa della guerra, non si parla in Val Pellice fino agli anni Cinquanta. Sono ancora i fratelli Cotta Morandini, con l'Avvocato Giorgio in testa, a riprendere l'iniziativa. Un evento importante anche a livello sociale: attorno a Blancio si ritrova tutta la valle, cattolici e valdesi, ex partigiani ed ex fascisti, benestanti ed operai L'hockey diventa uno delle poche realtà davvero ecumeniche ed unificanti. Addirittura uno strumento di riappacificazione internazionale: così viene vissuta la prima amichevole con il BrianCon, nel gennaio 1952.
IL PRIMO SUCCESSO
L'esordio nell'attivit federale (Promozione) avviene l'inverno seguente: il primo avversario l'Amatori Milano, che viene fermato sul 5-5 sul laghetto nostrano. La Valpe (all'epoca Sporting Club) schiera: Frache, Nutta; Cotta I, Quattrini, Fiorio, Saio, Larese Fece, Colombo, Veglia, Cotta II, Prat, Malan, Pasquet, Santoro I, Geymonat, Bonnet. Alcuni sono i "pionieri" degli anni '30, altri sono giovani della zona, altri ancora sono torinesi. E poi ci sono le due stelle: i cadorini Colombo e Larese Fece. Sono loro a trascinare la squadra all'inatteso successo nel torneo (in finale con i gardenesi del Sasslong, 5-3 a Torino Esposizioni in 7 marzo 1953) e, soprattutto, sono loro a far crescere, tecnicamente ed agonisticamente, tutta una generazione di sportivi.La vittoria, per, prelude ad un periodo di oblio: il secondo, dopo quello causato dalla guerra, ma non certo l'ultimo. La storia della Valpe sempre stata caratterizzata da grandi crisi e altrettanto grandi resurrezioni.E così, dopo aver ceduto il diritto a disputare la Serie A al Torino (per ragioni economiche), si sta fermi un anno, si riprende per un paio di stagioni poco fortunate, e poi si dice basta. Nel 1962 che torna la voglia di hockey. I giovani della generazione Colombo si ripresentano in pista: arrivano vittorie e sconfitte. Le storiche maglie rosse vanno in pensione due anni dopo, con l'adozione del neroverde, colore ufficiale dell'U.S. Valpellice (societ di cui si divenuti emanazione). Poco dopo, ecco il primo sponsor: il Peter Pan, una gomma anticarie prodotta da una farmacia di Torre.Nel 1964/65 esordisce a Blancio "Moge" Del Negro, originario di Alleghe (Belluno): aprir la strada ad altri ragazzi della Zunaia, che qui in Val Pellice diventano presto di casa. Il pi celebre sar Omar De Biasio, giunto in valle giovanissimo in seguito alla drammatica alluvione che colpisce il Bellunese nel 1967.Ad un'altra alluvione - datata 1977 - legato il ricordo imperituro di un terzo campione della Zunaia: Mario Manfroi, studente universitario a Torino e perno difensivo della Valpe di quegli anni. Il Pellice ingrossato all'inverosimile lo trascina via - come la pista su cui ha dato spettacolo - il 19 maggio. Indossava il numero 10.
BLANCIO, LA SEA, IL FILATOIO
Ma siamo corsi troppo avanti nella narrazione. Prima bisogna dire della Valpe degli anni '60, delle sfide in Promozione - e poi in Serie C - con rivali chiamati Cervino, Sestriere, Genova, Ambrosiano Nel 1965/66 si giunge alle finali nazionali di C a Bolzano.Intanto, abbandonata la pista di Blancio, si sale in quota, alla Sea di Torre Pellice, per avere un ghiaccio meno sottile e pi duraturo: l'esperienza dura poco, ma diventa leggendaria, grazie al fascino della seggiovia che porta gli atleti e gli arbitri (con i tifosi intirizziti) sino alla meta.L'epoca del talentuoso Cavagnero, del suo "gemello del goal" Perucca, del bomber Santoro, del granitico difensore Ayassot, del sempre presente Giovanni Cotta Morandini, del velocissimo De Biasio. Il 17 gennaio 1971, finalmente, Torre Pellice ha il suo primo vero stadio: il Filatoio, che un mese dopo ospita le finali di Serie C. La Valpe, sconfitta da Vipiteno e Rencio, solo quarta, ma guadagna comunque il diritto alla promozione in Serie B.Nel 1972 arriva il primo straniero della storia: il canadese David Enouy, attaccante di Kirkland Lake. Si comincia a fare davvero sul serio, innestando atleti come Manfroi, Gregoretti, Freda, Bressan. Intanto - grazie alla pista artificiale - crescono campioncini come Viglianco, Saletta, Parodi, Rivoira.Nonostante le delusioni, si sta plasmando una delle squadre pi forti mai viste a Torre: nel 1975/76, gli ultimi tasselli sono il giovanissimo torinese Migliore (futuro capitano della Nazionale) e l'allenatore cecoslovacco Jaks (esule in Svizzera). una stagione entusiasmante, che si conclude con un incredibile successo sulla pista del favorito Como.Negri, Zanalda; Cotta Morandini, Saletta, Bassoli, Viglianco, Manfroi, Enouy, L. Rivoira, Gregoretti, Migliore, Parodi, De Biasio, Freda, Bricco, Giacotto, Cerrato, Di Dato, G. Armand Pilon, E. Armand Pilon. questa la formazione che consegna alla Valpe il secondo successo della sua storia: la vittoria in Serie B e la promozione in A.
IL SETTENIO IN A
La permanenza dei torresi nel massimo campionato dura sette stagioni. Tante, grazie ad una formula che impedisce retrocessioni sul campo. Al Filatoio si vedono squadroni come Bolzano e Gardena, campioni come Oksanen e Corsi, Pasqualotto e Jaroslavl Pavlu, Kostner e Gellert I torresi strappano punti a tutti, salvo il Bolzano, con cui si perde sempre. La prima vittoria giunge all'ultima giornata della prima stagione in A: un 6-3 contro il Brunico, con doppiette di Migliore e Parodi e reti di Enouy e Guimond. Quest'ultimo arriva dal Nord America: come tanti nuovi eroi che si affermano al Filatoio. L'anno dopo, ad esempio, giungono Giannini (ex Nhl) e Ugolini: la Valpe si abbina alla Fiat, sembra che finalmente ci sia qualche soldo, ma si deve giocare spesso a Torino (anche a causa dell'alluvione) e, nonostante qualche bella prestazione, si finisce male.Nane Mastel nel 1978 e Massimo Da Rin nel 1979. I due veneti sono le novit pi positive in annate prive di soddisfazioni, in cui per di casa a Torre anche Francella. Tra i giovani valligiani, Saletta, Parodi e Rivoira giungono in Nazionale Under 20, Viglianco ormai un pilastro. Ma le vittorie sono sempre poche.Nell'80/'81 si vuole cambiare la tendenza: la Valpe ingaggia due grandi giocatori, Albert Di Fazio e Grant Goegan. I due raggiungono l'azzurro, insieme a Francella, e l'anno successivo guidano la Valpe al miglior piazzamento di sempre: sesta.Purtroppo vengono a mancare i soldi: ed il 1982/83 l'ultima stagione tra i grandi. Tornata in B, la Valpe si toglie alcune soddisfazioni. Nuovi atleti si fanno strada, come Bertotto, che sar il primo valligiano a "migrare" in cerca di fortuna hockeystica, vincendo uno scudetto a Varese.
TRA ILLUSIONI E DELUSIONI
Nel 1985/86 il presidente storico, Giorgio Cotta Morandini, passa la mano e - per qualche tempo - la Valpe sar gestito da un gruppo pinerolese foraggiato dall'imprenditore Candellero. Arrivano il vecchio sogno Aiello e il portiere fromboliere Ciarallo, torna Di Fazio. La Valpe (che ora si chiama AGSV) una forza del torneo cadetto, pur non riuscendo a vincerlo. Poi la doccia fredda: l'impero economico di Candellero fa "crack". Si esulta ancora con Cupolo, ma ormai si imboccata una brutta china che porta dritti dritti alla Serie C.C' tanto spazio per i ragazzi del posto ed il divertimento (come il pubblico) non mancano. Si lavora per il futuro con il tecnico boemo Vladimir Nadrchal. Nasce la rivalit col Chiavenna. Si riconquista la B(2) con i gol di Rivoira e Orsina. Un fuoco di paglia: il 1991/92 l'ultimo anno prima dell'oblio.Per quattro stagioni si resta bloccati per il calvario burocratico legato alla copertura del Filatoio. Se ne esce solo nel 1996/97 e si ricomincia da zero, con Giovanni Cotta Morandini e Livio Bruera a prendere in mano il movimento e Luca Rivoira come allenatore.
Il grande pubblico si riaffeziona, nascono gli Ultras Valpe (e la squadra femminile), arrivano rinforzi da Torino e dalla Valle d'Aosta. Nel 1998/99 ci si emoziona per le parate di Rossi e i gol del ceco Vasicko.La stagione successiva si torna in A: si tratta di un campionato anomalo, con un solo straniero (per i biancorossi l'oriundo Marziale) e 15 squadre. forse la stagione pi bella nella storia della Valpe, per i record di pubblico, di passione, di punti: alla fine si accede per la prima volta ai play off, eliminati dalla corazzata Asiago. Gli eroi di quest'impresa memorabile sono un mito recente: tra gli altri Olivo e Scapinello, De Zordo e Tomasello, Dorigatti e Stevanoni Tutti sapientemente amalgamati dall'allenatore Da Rin.Ma di nuovo ora di piangere. Il ritorno del Milano dal volontario esilio in Francia, scombina tutti i piani e costringe la Valpe al forfait. Passa un mese e - il 15 ottobre 2000 - il Pellice esige di nuovo il suo tributo, e la preziosa copertura del Filatoio crolla miseramente.
Le opinioni nel direttivo divergono: Giovanni Cotta Morandini fonda l'All Stars Piemonte, la Valpe prosegue la sua strada con altre figure. Il presidente Fabrizio Gatti. Per un po' ci si accontenta di una C amatoriale, poi si sperimenta una nuova collaborazione con il Torino (nel 2003/04 il cosiddetto TorinoValpe, infarcito di scandinavi, disputa la Serie A e sfiora i play off, beffato dal Renon).
UNA CRESCITA PROGRESSIVA
Nel 2004, con Fausto Barale direttore sportivo e Andrea Chiarotti allenatore, si punta a costruire un progetto indipendente e continuativo in Serie A2. Accanto a giocatori locali come Coco e Mondon Marin si inseriscono nel biennio stranieri pi o meno talentuosi: i fratelli d'Ucraina Butochnov, gli svedesi Eklv e Andersson, il finlandese Laine, il portiere sloveno Penko, il russo Levitin, l'estone Petrov Il capitano l'asiaghese Roffo. Si vede al Filatoio un grande del passato: Bortolussi.Intanto - pur tra mille difficoltà - sta prendendo forma il nuovo tempio dell'hockey in Val Pellice: il palaghiaccio olimpico (poi intitolato a Giorgio Cotta Morandini). Prima, storica partita: Valpe-Caldaro, il 4 dicembre 2005.Da poco stato nominato presidente Mauro Cesare Ferrando. Ed un acquisto prezioso, come il ritorno in panchina di Da Rin. Il roster viene rivoluzionato, anche grazie all'alleanza con il Milano. In porta arriva Demetz, in attacco Di Stefano, che con il pi esperto Grossi - subito acclamato capitano - forma una coppia da applausi. La retroguardia dominio di Lyness e Babic. Annata straordinaria, quella 2006/07, anche perch inattesa. Come la conquista della Final Four di Coppa Italia a Bolzano, ottenuta eliminando due team di A1, cio Fassa e Cortina. O come la straordinaria impresa di raggiungere la finale del campionato, estromettendo in Gara 7, con una memorabile vittoria all'overtime in trasferta, il favorito Vipiteno. La finale, contro il fortissimo Merano, portata fino a Gara 4, con un bellissimo successo 5-3 in Gara 2. L'ultimo del presidente Ferrando, che perde la vita in un tragico incidente stradale al ritorno da Gara 3 a Merano.
Nel 2007/08, per onorare la memoria e proseguire il suo progetto, la Valpe - guidata da Roberto Barbero - allestisce un roster stellare. Spiccano, in campagna acquisti, i finnici Harikkala e Sirn. In attacco fanno faville Donati e Silva. E i biancorossi volano. Ma un bizzarro regolamento che prevede il dimezzamento dei punti favorisce la rimonta dell'Egna, che vince la regular season. I torresi patiscono terribilmente la semifinale con l'All Stars Piemonte, si trovano sotto 0-2 nella serie e 0-2 in Gara 3 al Cotta Morandini.Capitan Grossi che suona la riscossa. Acciuffata la finale, per, i ragazzi di Da Rin si presentano all'appuntamento scarichi: e vengono dominati da un Caldaro diligente.
Memori dell'errore, nel 2008/09 si costruisce una squadra molto competitiva ma senza l'obiettivo dichiarato di ammazzare il campionato. Lefebvre - primo ex-Nhler in biancorosso - un assistman favoloso. De Frenza e Stricker i terminali offensivi pi efficaci. Per la prima parte del torneo fa numeri anche l'americano Damian Surma, ma un'assurda squalifica lo estromette con largo anticipo. La Valpe resta, comunque, la squadra da battere. Dominata la regular season (stabilendo un record con 23 risultati utili consecutivi), macina le avversarie anche nei play off: 4-0 nei Quarti al Real Torino, 3-0 in semifinale al Gherdina. Ma, come dodici mesi prima, si spegne la luce nel momento decisivo. Questa volta il Vipiteno a maramaldeggiare in finale: per la terza volta gli avversari dell'HCV sollevano il trofeo dei campioni al Cotta Morandini. Una consolazione: il vivaio sta crescendo. Vignolo disputa i Mondiali Under 18, cos come Canale, dodici mesi prima, era stato protagonista nell'Italia Under 20.L'allargamento della Serie A1 a dieci compagini promuove Vipiteno (che rinunciano) e Valpellice. La storia continua, pronta a regalarci emozioni ed amarezze: l'hockey da queste parti questo. Roba da innamorati pazzi.

articolo tratto da http://www.hcvalpellice.it

Alessia Piccoli

lunedì 15 giugno 2015

Da ENPA - Bracconaggio, la Corte Cassazione conferma che con la caccia di frodo si può configurare anche il reato di maltrattamento

Procurare una lesione ad un animale, esercitando abusivamente la caccia, integra il reato di maltrattamento di animali (art. 544 ter c.p) “poiché è una forma di maltrattamenti ferire un animale senza che ve ne sia alcuna necessità” e tale reato non può essere assorbito dalle sanzioni che derivano dalla violazione delle norme sulla caccia "essendo la regolamentazione di tempi e modi dell'esercizio della caccia dettata ad altri fini (ecologici, protezione di alcune specie, controllo di animali nocivi), mentre i menzionati delitti sono stati introdotti a protezione del sentimento per gli animali".Lo ha stabilito la Corte di Cassazione che, con una recente sentenza della prima sezione (la n.17012 datata 8 aprile), ha confermato a carico di due cacciatori abusivi il reato di cui maltrattamento, poiché, mediante l’utilizzo di trappole illegali per attività venatorie non autorizzate al fine di cacciare cinghiali, avevano causato il ferimento di un cane da caccia.Nello specifico, i due cacciatori di frodo avevano costruito un’arma di tipo artigianale (una sorta di tubo-fucile) legata con un filo di ferro a un albero e munita di percussore che veniva azionato da una tagliola che scattava quando un cinghiale o qualsiasi altro animale urtava un filo di nylon teso a pochi centimetri da terra. Tale arma aveva però ferito un cane da caccia e il proprietario di questo, accortosi del ferimento, aveva così chiamato la Guardia Forestale che, nel corso di un appostamento, aveva fermato uno dei due cacciatori mentre l’altro era riuscito a darsi alla fuga.Successivamente, nel corso di una perquisizione domiciliare presso le abitazioni del bracconieri, gli agenti della Forestale avevano rinvenuto materiali compatibili con il tubo-fucile. Per questo motivo, in primo e in secondo grado venivano contestati loro i reati: di detenzione e porto di un’arma clandestina (costituita da un tubo-fucile capace di sparare cartucce con pallettoni calibro 12), di fabbricazione di tale arma, nonché quello di maltrattamento di animali per aver causato lesioni ad un cane di proprietà.Per tali reati venivano condannati in primo e secondo grado alla pena complessiva di anni 2 di reclusione ed euro 1.800,00 di multa ciascuno. I due cacciatori di frodo, avevano quindi presentato ricorso davanti alla Corte di Cassazione contestando tutti e tre i capi di imputazione. Per quanto riguarda i primi due la suprema corta ha confermato quanto stabilito dalla Corte d’Appello, dal momento che le richieste di entrambi andavano oltre il giudizio di legittimità. Sul terzo capo di imputazione, invece, la Cassazione ha argomenta dettagliatamente le motivazioni che giustificano l’applicazione dell’art. 544 ter c.p. al caso di specie. In particolare, la Corte ha richiamato la sentenza n. 44822/2007 secondo la quale: “la fattispecie di maltrattamento di animali configura un reato a dolo specifico nel caso in cui la condotta lesiva dell’integrità e della vita dell’animale è tenuta per crudeltà, mentre configura un reato a dolo generico quando la condotta è tenuta senza necessità”. Ciò detto, per la Corte non è quindi rilevante in fatto che i due cacciatori avessero predisposto la trappola per catturare un cinghiale poiché, per come era stata costruita la trappola, era prevedibile che questa sarebbe potuta scattare anche al passaggio di un altro animale provocandone il ferimento o la morte ed essi ne avevano accettato il rischio. Inoltre, il ferimento del cane non poteva nemmeno essere inquadrato nel reato ex art. 638 c.p. (“Uccisione o danneggiamento di animali altrui”), come richiesto dagli imputati, per la mancanza nel caso in esame dell’elemento soggettivo, ovvero la consapevolezza dell’altrui proprietà dell’animale.
 
articolo tratto da http://www.enpa.it
 
Alessia Piccoli

venerdì 12 giugno 2015

Da Piemonte italiaguida - Benvenuti a Torino

Il primo villaggio celto-ligure risale al III sec. a.C., era chiamato “Taurasia”. In seguito alla conquista romana, nel 28 a.C. viene fondata Augusta Taurinorum. Nel XI sec. i Savoia iniziano ad avanzare le prime pretese sulla città, che tuttavia riesce a costituirsi in comune. La città inizia ad espandersi economicamente solo a partire dal XIV secolo, sotto Amedeo VIII di Savoia e diventa il centro delle province unificate del Piemonte.Col XVI secolo, grazie al trattato di Cateau-Cambrésis, Torino diventa la capitale del regno sabaudo. Furono iniziati i lavori che dovevano elevare artisticamente e urbanisticamente la città al suo ruolo di capitale sabauda. Furono costruiti i bastioni e la cittadella, si avviò la costruzione della Contrada Nuova. La città iniziò ad assumere il suo aspetto barocco. Sono gli anni in cui Carlo di Castellamonte progettò, prendendo a modello Parigi, la nuova piazza reale, l’odierna piazza S. Carlo. L’opera edilizia di Carlo di Castellamonte fu proseguita negli anni successivi da Amedeo di Castellamonte e Guarino Guarini. Nel XVIII secolo la città fu posta sotto assedio dai francesi, che le truppe austro-piemontesi riuscirono però a sconfiggere. Torino diventa la capitale del regno di Sardegna e si arricchisce delle opere architettoniche di Filippo Juvarra (ad esempio la basilica di Superga o il palazzo Madama). Nell’’800 Napoleone conquistò la città, che demolì le mura, al cui posto furono posti ampi viali alberati.Torino diventa sotto Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II la città chiave del Risorgimento. Nel 1861 diventa la capitale del nuovo Regno d’Italia, poi spostata prima a Firenze, successivamente a Roma.A cavallo del ‘900 la città vive un grande impulso economico e diventa una delle grandi capitali industriali del mondo. Nel 1899 nasce la FIAT, vengono costruiti gli stabilimenti del Lingotto e di Mirafiori. In seguito alla seconda guerra mondiale la città vede un forte flusso migratorio dall’Italia meridionale. L’aumento della popolazione ha portato ad uno sviluppo disordinato dell’edilizia.Oggi Torino è caratterizzata dai suoi portici, che si estendono per 127 km, dai suoi viali alberati, dalle residenze sabaude e palazzi liberty. Il Politecnico di Torino è uno dei più importanti al mondo. È centro di attività che ruotano intorno alla ricerca, al design industriale, alla cultura, all'arte e al turismo, nonché al cinema.
 
articolo tratto da http://piemonte.italiaguida.it ; immagine tratta da http://wikipedia.org
 
Alessia Piccoli
 
 

martedì 9 giugno 2015

Da LAV - Bocconi avvelenati

Come posso fare per proteggere gli animali da esche avvelenate?L'attenzione è la regola numero uno.
Le aree maggiormente a rischio sono le immediate vicinanze delle aziende faunistico- venatorie o di protezione della fauna o di caccia autogestite, in cui gli avvelenatori hanno tutto l'interesse a sterminare qualsiasi predatore che possa interferire con l'attività venatoria.I boschi in cui si raccolgono tartufi possono nascondere insidie: la concorrenza tra i tartufai può infatti spingere a cercare di avvelenare il cane dei concorrenti.I confini di coltivazioni collinari e montane sono da considerarsi anch'essi zone a rischio: l'avvelenamento di cervi, caprioli ed altri animali che possono danneggiare il raccolto è purtroppo una pratica diffusa.In tutte queste zone è buona norma, durante le passeggiate, applicare la museruola al cane: un boccone inghiottito in un secondo può rivelarsi fatale. Per questo il nostro consiglio è educare i cani a non raccogliere cibo da terra.
Quali sono i sintomi dell'avvelenamento?      
La sintomatologia  varia a seconda delle sostanze ingerite. La stricnina agisce direttamente sul sistema nervoso centrale e di conseguenza sulla muscolatura, provocando una tipica rigidità caratterizzata da estensione degli arti, schiena incurvata, orecchie erette, rime labiali contratte all'indietro, pupille dilatate, cianosi delle mucose. Il decesso avviene per anossia, causata dallo spasmo dei muscoli respiratori: durante l'agonia, l'animale rimane cosciente.Il topicida, in genere, svolge un'azione anticoagulante. Il decesso dell'animale, in questo caso, avviene a causa di emorragie interne e non è immediato: pallore alle mucose, respirazione difficoltosa, stato di grave prostrazione, sono sintomi di questo tipo di avvelenamento.Il fungicida, l’acaricida e l’ insetticida agiscono non solo per ingestione ma anche per inalazione.Il veleno presente nei comuni liquidi antigelo provoca il blocco delle funzioni renali e poi la morte.Il cianuro agisce anche solo per inalazione e paralizza gli organi respiratori, provocando danni irreversibili al sistema nervoso centrale.
Cosa devo fare in caso di possibile avvelenamento?
Se sospetti che l'animale abbia ingerito un boccone avvelenato, contatta immediatamente  il veterinario più vicino  (o la guardia medica veterinaria) in modo da allertare preventivamente il medico dell’arrivo dell’animale.In caso di estrema necessità, e sempre sotto consiglio del medico, può essere utile far vomitare l’animale somministrando acqua calda molto salata, oppure della chiara di uovo montata a neve.Cerca di mantenere calmo l'animale e non somministrare mai latte.E’sempre utile rivolgersi anche al Centro Veleni più vicino.
Posso denunciare l'avvelenamento di un animale?
Certo. I casi di avvelenamento devono essere documentati e denunciati perché la legge è un importantissimo strumento a nostra disposizione per sconfiggere il fenomeno.Su questo argomento la normativa è chiara:
  • la fauna selvatica è protetta dallo Stato
  • è espressamente vietato diffondere veleni dalla legge sulla caccia (L.N. 157/92 art. 21, che prevede un’ammenda fino a € 1549,37) nonché dalle leggi sanitarie (art. 146 T.U. Leggi Sanitarie, che prevede la reclusione da sei mesi a tre anni e un’ammenda da € 51,65 fino a € 516,46)
  • contro il maltrattamento e l'uccisione di animali è in vigore la legge 189 del 2004.
Recentemente anche il Ministero della Salute ha prorogato l’Ordinanza concernente norme sul divieto di utilizzo e di detenzione di esche o bocconi avvelenati (GU Serie Generale n.51 del 3-3-2014).L’importanza del ruolo della denuncia è sottolineato dall’Ordinanza stessa che, in caso di decesso, obbliga il proprietario o detentore dell’animale a darne immediata comunicazione all’Autorità competente.La denuncia può comunque e deve essere presentata anche qualora non sopraggiunga la morte e deve contenere le prove che l’animale sia stato avvelenato (a questo proposito è importante allegare tutti i referti veterinari).In caso di decesso dell'animale, sia esso domestico, randagio o selvatico, il medico veterinario deve inviarne le spoglie e ogni altro campione utile all’identificazione del veleno o della sostanza che ne ha provocato la morte, all’Istituto Zooprofilattico Sperimentale competente per territorio, accompagnati da referto anamnestico al fine di indirizzare la ricerca analitica a effettuare delle analisi. Tali risultati devono dunque essere allegati.
Per la denuncia puoi rivolgerti a qualsiasi organo di polizia giudiziaria (Polizia Municipale, Carabinieri, Polizia di Stato, Corpo Forestale dello Stato, Guardia di Finanza, Polizia Provinciale), presentando di persona il tuo esposto o denuncia (anche contro ignoti) in forma scritta.Per mettere fine a questa pratica è necessario che vengano individuati i responsabili: non aver timore di segnalare sempre alle autorità fatti o persone sospette.La denuncia, oltre a rendere possibile l’identificazione e la punizione degli avvelenatori testimonierà la gravità del problema e renderà meno difficile il nostro percorso per fermare gli avvelenatori.
Cosa devo fare in caso di decesso dell'animale?
Ai sensi dell’Ordinanza concernente norme sul divieto di utilizzo e di detenzione di esche o bocconi avvelenati (GU Serie Generale n.51 del 3-3-2014) il proprietario o il responsabile di un animale deceduto ha l’obbligo di darne segnalazione alle autorità competenti tramite il medico veterinario che emette la diagnosi di avvelenamento.E' molto importante presentare una denuncia anche in caso di: morte per avvelenamento di animali non di proprietà,  ingestione di sostanze tossiche o nocive, da parte di animali selvatici o domestici, avvelenamento senza decesso dell'animale.Alla denuncia dovranno essere allegati tutti i referti veterinari e l’esame necroscopico in caso di decesso.
Ai sensi dell’Ordinanza Ministeriale l’esame necroscopico dovrà comunque essere eseguito obbligatoriamente dall’Istituto Zooprofilattico.
Posso denunciare anche solo la minaccia di avvelenamento?
Assolutamente si! Anche nel caso particolare di minaccia di avvelenamento, ci sono i termini per una denuncia per art 544 bis c.p. e per infrazione delle normative previste dal Testo Unico delle Leggi Sanitarie relative alla distribuzione di sostanze velenose.Questi sono i classici casi in cui può esserti utile improvvisarti ‘detective’ e raccogliere il maggior numero d’indizi affinché si possa risalire ai colpevoli: in particolare è importante presentare una denuncia scritta firmata da tutti i cittadini interessati e depositarla direttamente in Procura, oltre che dai Carabinieri e Corpo Forestale, e sollecitare ogni tanto, meglio se con il supporto di un legale, l’andamento delle indagini, dove occorre scrivere nel dettaglio tutti i fatti. Se dovesse succedere qualcosa agli animali occorre conservare i referti veterinari che ne attestino le ferite o la morte così da poterli allegare alla segnalazione.

articolo tratto da http://www.lav.it

Alessia Piccoli
 


venerdì 5 giugno 2015

Da Chiesa Valdese - Origini Chiesa Valdese

VALDO (da cui valdese) era un mercante di Lione, di poco anteriore a san Francesco (XII-XIII sec.) che decise, al termine di una profonda crisi spirituale, di vivere l'esperienza degli apostoli al seguito di Cristo. Di conseguenza vendette i suoi beni e si consacrò alla predicazione del Vangelo. Nel prendere questa decisione egli non intendeva ribellarsi alla Chiesa, pensava anzi di collaborare al suo rinnovamento seguendo l'esempio degli apostoli; fu invece scomunicato insieme ai suoi seguaci.
Il movimento valdese, detto "dei poveri", di Lione in Francia e di Lombardia in Italia, si estese in Europa, raccogliendo consensi fra il popolo.Come tutti i movimenti detti "ereticali" fu oggetto di repressione e persecuzioni da parte dei poteri civili e religiosi. Malgrado questa situazione di difficoltà e la caccia dell'Inquisizione mantenne la sua coerenza e si espanse in tutta l'Europa medievale. Le zone in cui i valdesi si impiantarono con maggior consistenza furono le Alpi Cozie, la Provenza, la Calabria e la Germania meridionale. I loro predicatori itineranti erano detti barba (in dialetto "zio", nel senso di persona di riguardo) da cui barbetti, appellativo popolare con cui vennero designati sino in tempi recenti in Piemonte.La testimonianza del movimento mantenutasi coerente attraverso i secoli dal XII al XVI era centrata su due aspetti del messaggio cristiano: la fedeltà al Vangelo e la povertà della Chiesa. La Chiesa cristiana, dissero i valdesi, si richiama a Gesù: ne deve perciò prendere alla lettera gli insegnamenti rinunciando perciò al potere politico, all'uso della forza ed alle alleanze con le potenze del mondo.Quando sorse in Europa la Riforma protestante i valdesi vi aderirono nel 1532, organizzandosi in comunità alternative a quella di Roma, con predicatori locali per il culto e la celebrazione dei sacramenti.La presenza protestante toccò in quel periodo molte altre città del Piemonte e d'Italia ed il cattolicesimo mantenne il suo predominio assoluto grazie solo all'azione della Controriforma e all'appoggio dei principi.Per un complesso di circostanze favorevoli i valdesi riuscirono ad ottenere il riconoscimento della loro religione in un'area ben definita delle Alpi Cozie. Questo nucleo di poche migliaia di protestanti costituì per quasi tre secoli un avamposto del protestantesimo europeo.I sovrani di Francia e Piemonte non abbandonarono però il progetto di riconquistarle alla fede cattolica. Momenti particolarmente tragici si ebbero nel 1655 quando il massacro conosciuto come le Pasque piemontesi sollevò l'indignata protesta dell'Europa e l'intervento dell'Inghilterra di Cromwell. Altro momento tragico si ebbe nel 1685, quando Luigi XIV re di Francia vietò ai protestanti la professione della loro religione e anche le chiese valdesi del Piemonte furono distrutte. Solo poche migliaia di superstiti si salvarono in Svizzera, rientrando dopo tre anni con una memorabile marcia conosciuta come il Glorioso Rimpatrio.

articolo tratto da http://www.chiesavaldese.org

Alessia Piccoli

lunedì 1 giugno 2015

Da LAV - Congresso Nazionale: 12-13-14 giugno. Educazione e rispetto degli animali

Doveri e diritti. L’educazione al rispetto degli animali” sarà il tema portante della tre giorni organizzata dalla LAV, per il Congresso nazionale dell’Associazione, convocato da venerdì 12 a domenica 14 giugno, presso Villa Aurelia, a Roma, in Via Leone XIII 459. 
L’annuale appuntamento statutario sarà anche l’occasione per dei festeggiamenti speciali: “Piccole Impronte”, la rivista LAV per ragazzi, celebra la pubblicazione del 100° numero e dedica una grande festa ai suoi giovani lettori, sabato 13 giugno a partire dalle ore 16.30, presso il parco Centro Congressi Villa Aurelia, con in patrocinio di Rai Gulp e due testimonial d’eccezione: Carolina Rey e Simone Lijoi, volti noti della TV per i ragazzi.
Il Congresso nazionale di quest’anno, dedicato alla promozione dei diritti degli animali nell’educazione e nella scuola, sarà inaugurato da una specifica sessione di approfondimento su questi temi, venerdì 12 giugno a partire dalle ore 16.
Le giornate di sabato 13 e domenica 14 giugno saranno dedicate agli adempimenti congressuali, in cui l’Assemblea dei soci sarà chiamata ad approvare il Documento di programmazione delle attività dell’Associazione per il 2016 e il bilancio 2014.
“Abbiamo scelto di dedicare questo Congresso al tema dell’educazione, perché l’affermazione dei diritti degli animali non umani e la loro protezione non può prescindere dall’informare e sensibilizzare le giovani generazioni al rispetto di tutti gli esseri viventi”: è quanto sostiene la LAV, da sempre presente nelle scuole di ogni ordine e grado, per promuovere la cultura del rispetto degli animali in quanto esseri senzienti. “Solo nell’anno scolastico 2013-14 – ricorda Giacomo Bottinelli, Responsabile LAV Settore Educazione – sono stati circa 400 i nostri interventi nelle classi italiane, con oltre 9.000 ragazzi raggiunti”.
“Purtroppo - continua Ilaria Marucelli, direttore di “Piccole Impronte” - nella nostra società, sono ancora tanti gli animali maltrattati, sfruttati o utilizzati a scopo di spettacolo o intrattenimento: attraverso molteplici proposte, vogliamo insegnare ai bambini e ai ragazzi il valore degli animali e della loro dignità, per costruire una cultura del rispetto, a partire dalle nuove generazioni”.

articolo tratto da http://www.lav.it

Alessia Piccoli